Cenerentola è napoletana: ecco perché i Neoborbonici hanno ragione

Cenerentola è napoletana: ecco perché i Neoborbonici hanno ragione

Cenerentola non si tocca, dicono i napoletani. La celebre fiaba resa famosa dalla Disney è stata oggetto, nei giorni scorsi, di un’accesa disputa fra i suoi lettori più affezionati e la casa editrice Zanichelli. In occasione dell’anniversario della nascita di Charles Perrault quest’ultima ha pubblicato un post in cui attribuiva la paternità della favola all’autore francese: i conoscitori più attenti della storia della sfortunata fanciulla sono subito insorti. Soprattutto i napoletani, e a ragione: ecco perché.

Cenerentola è napoletana: la disputa

A scatenare la lunga serie di commenti che hanno convinto la casa editrice a modificare il post il Movimento Neoborbonico che, attraverso un lungo intervento scritto dal presidente Gennaro De Crescenzo, ha puntualizzato l’origine partenopea di Cenerentola: la prima versione conosciuta della cultura occidentale venne infatti scritta a Napoli da Giambattista Basile nel 1634, almeno cinquant’anni prima della francese “Cendrillon”.

La Zanichelli ha subito modificato il suo intervento specificando che l’attenzione dedicata alla Cenerentola di Perrault era stata dovuta principalmente alla volontà di celebrare l’autore nel giorno della sua nascita. La disputa nata attorno alla “nazionalità” della protagonista della favola si è subito risolta, ma ha avuto il merito di riaccendere l’interesse intorno ad una delle opere più affascinanti della letteratura italiana e, ovviamente, napoletana: “Lo cunto de li cunti”.

Lingua e tradizione popolare: Lo cunto de li cunti

Benedetto Croce lo definì “il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe”: grazie anche alla sua splendida “traduzione” in italiano, Lo cunto de li cunti è divenuto famoso nella cultura letteraria italiana come uno degli esempi più raffinati di racconto popolare. Ricalcata sul modello del Decameron di Boccaccio, l’opera di Basile è però scritta interamente in lingua napoletana: un esercizio stilistico di altissimo livello, uno dei primi che regalarono dignità letteraria alla parlata volgare.

Sempre la nmidia, ne lo maro de la malignitate, appe ncagno de vessiche la guallara; e, dove crede de vedere autro annegato a maro, essa se trova o sott’acqua o tozzato a no scuoglio; comme de certe figliole nmediose me va mpenziero de ve contare.

Il libro, nell’edizione pubblicata fra 1634 e 1636, riunisce cinquanta fiabe, raccontate attraverso la voce di dieci novellatrici: proprio come il Decamerone, la successione narrativa viene suddivisa in giornate che, in questo caso però, sono cinque. Oltre alla “Gatta Cennerentola”, che è la sesta della “jornata primma”, si susseguono temi e ambientazioni diverse, prevalentemente ispirati ai luoghi che Basile aveva avuto occasione di vedere durante la sua vita: così “La vecchia scortecata” ci riporta indietro nella Calabria antica, a Roccaforte, mentre “Lo serpe” nel cuore della Campania stessa.

È invece proprio a Napoli che la fiaba che fece nascere il mito di Cenerentola è ambientata: un’atmosfera in realtà ben diversa da quella diffusa nell’immaginario comune, più cupa e a tratti molto più cruda della favola a lieto fine alla quale siamo abituati fin da bambini. Basile si ispirò all’ambiente dell’epoca e ai palazzi nobiliari della Napoli spagnola, raccontando nella lingua popolare una fiaba che è divenuta leggendaria.

Fonte: Cenerentola è napoletana: ecco perché i Neoborbonici hanno ragione

Lascia un commento